La Crimea ucraina e quella di Putin

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crimeaputinQuando, quasi trent’anni fa, varcai per la prima volta la frontiera russa, allora ancora sovietica, solo il peso di un’ideologia riluttante a morire mi impedi’ di svolgere paragoni con l’Occidente che lasciavo alle spalle. Si era nella fase dell’agonia dell’era gorbacioviana.

Quel che rimaneva del ‘benessere’ Brezhneviano si stava sgretolando sotto le folate di un vento innovativo ma, ahime’, tragicamente tardivo. Il memorabile dito dell’arroganza puntato come una canna di fucile dall’assetato di potere Boris Elzin contro l’ormai remissivo Gorbaciov, segno’ la fine di un’agonia e l’inizio del periodo piu’ torbido della Russia moderna.

Un decennio di disastri da parte di chi, ottenuto il potere, penso’ questo bastasse per mettere sulla nuova carreggiata la vecchia Russia comunista, ridusse l’impero ad un’accozzaglia di rovine sparse su tutti i campi di battaglia.

Si distrusse definitivamente (oggi sembra non proprio definitivamente!) il vecchio senza mettere mano alla edificazione del nuovo. Le materie prime andarono in mano a quei burocrati che, invece, avrebbero dovuto tutelarle con adeguate leggi sulla privatizzazione; le vecchie fabbriche passarono in proprieta’ ai vecchi direttori che finirono per distruggerle definitivamente per adebirli a piu’ redditizi usi commerciali e immobiliari; l’esercito, gloria del passato, si ridusse alla fame e si vide costretto a vendere ai suoi nemici ribelli ceceni le armi con le quali avrebbe dovuto combatterli.

Fu grazie ad un provvidenziale aggravamento delle condizioni di salute di Elzin e alla sua cecita’politica , dovuta all’uso dell’alcol ma ispirata dal Cielo, che il potere, in un Paese ormai allo sbando, passo’ nelle mani di un ufficiale del KGB assolutamente sconosciuto, Vladimir Putin.

In 15 anni di potere, attorniato da nemici potenti e subdoli, Putin e’ riuscito ad edificare sulle ceneri di un Paese distrutto dall’ambizione di uno e dall’ingordigia di tanti, una Russia moderna e potente, capace di nuovo di inorgoglirsi e di contrapporsi al disfattismo senza Patria di predicatori interni e di oltreoceano.

Sono appena tornato da un viaggio in Crimea. La prima volta dal suo ricongiungimento alla madrepatria.

Sono andato in treno, anzi in autobus. Attraversando le immense distese di verde tra Kersch e Simferopoli, tra i sobbalzi di gogoliana memoria di una strada dissestata, ho pensato al quel mio primo varco di frontiera di trent’anni fa, ma questa volta meno appesantito dall’ideologia.

Una perla di penisola distesa nelle azzurre acque del Mar Nero ridotta ad oggetto antico impolverito dal tempo e viva solo nella memoria di tante generazioni di sovietici e, adesso, nella rinata speranza nella Russia di Putin.

Passeggiando su un molo sgretolato dal tempo e che un giorno aveva ispirato i cuori di tanti, ho riflettuto sull’ingordigia della passata classe politica ucraina che, al pari di una gran dama che, abituata ai regali, riceve i preziosi dal proprio amante per stiparli in un cassetto o lasciarli alla polvere, avendo avuto in regalo dalla avvinizzata generosita’ di un contadino ucraino una terra che molti secoli hanno cosperso di sangue russo, la hanno per molti anni abbandonata al proprio destino mungendo il latte dalle sue prodighe mammelle per i bisogni di una Kiev criminale nella sua ingratitudine.

Non una sola strada a Simferopoli che sia stata da decenni ‘accarezzata’ da un rullo compressore; non una sola casa che non sia chiazzata dalla vergogna del tempo; non un solo giardino dove l’erba non sia lasciata a gestire se stessa.

Questa e’ la Crimea che Putin ha requisito all’ingordigia delle nuove gran dame del potere ucraino. Questa e’ la Crimea che e‘ gia risorta nello spirito e che dovra’ adesso risorgere nell’economia.

La madrepatria russa sa di aver riavuto indietro un regalo ingiallito dal tempo e pesantemente scalfito dall’incuranza del potere ucraino, eppure esulta per l’avvenuta ricongiunzione e non teme gli enormi sforzi che dovra’ fare per rianimare, insieme ai russi locali, la sua economia dopo una lunga e agonizzante degenza.

Questa e’ la scommessa di Putin e del suo popolo. L’Italia che lavora, a giudicare dal crescente interesse dei nostri imprenditori per questa terra dal tragico destino, non bada ai servili proclami e ai veti politici di un‘Europa appendice di America, ma chiede a Putin, con una vanga in mano, di darle un’opportunita’ di dimostrare con i fatti la storica amicizia che lega la parte piu’ intraprendente del popolo italiano con quella piu’ ospitale della Crimea.

Bruno Giancotti

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